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Ottobre 2017
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domenica 22 ottobre
L'acqua che tocchi de' fiumi e l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente. (Leonardo da Vinci)

La storia di S. Michele al Tagliamento

Le coste venete e friulane caratterizzate da un litorale basso e sabbioso, movimentato da insenature e paludi favorirono, fin dall’antichità, una navigazione sicura e riparata, con numerosi approdi dove l’aria salubre era garantita dall’alternarsi delle maree.
Lo scrittore romano Livio, che conosceva bene questa zona scrive di specchi d’acqua alimentati dalle maree e campi coltivati poco distanti cui facevano da sfondo i rilievi collinari ed è proprio in questi luoghi e a quei tempi che risalgono le prime tracce di frequentazione umana ritrovate nel territorio dell’odierno comune di San Michele al Tagliamento.

I ricchi mercanti romani della vicina Concordia venivano infatti ad “oziare” e godere delle bellezze del mare fra le dune della fascia litoranea della X Regio (l’attuale Bibione) e la villa marittima di età romana detta del “Mutteron dei Frati” ne è la testimonianza. Durante gli scavi sono stati messi in luce una serie di ambienti, collegati da un corridoio pavimentato in mosaico bianco con fascia perimetrale di tessere nere. L’ampliamento dello scavo eseguito in seguito ha messo in evidenza anche degli ambienti eleganti con pavimenti in mosaico decorato a motivi geometrici, raffinate pitture parietali, ampie soglie marmoree e vani puramente funzionali, pavimentati in semplice cocciopesto. Questa compresenza di residenziali e di rappresentanza da una parte e legati al lavoro domestico dall’altra ripetono anche nella villa marittima quell’articolazione tra settore padronale e settore servile già evidente nelle ville rustiche di campagna. Che questa costruzione fosse esclusivamente ad uso “turistico” si può invece dedurre dal mancato ritrovamento di elementi di impianti di riscaldamento, intercapedini o tubazioni.

La descrizione che Plinio il Giovane da della sua villa marittima sul Laurentino ci da una chiara idea dell’atmosfera di questi luoghi in quel tempo: la villa è grande e comoda… L’ingresso dà su un atrio semplice ma decoroso. Segue poi un porticato…..che cinge un piccolo ma leggiadro cortile. E’ un eccellente rifugio contro il maltempo, perché è munito di vetrate e, ancor più, difeso dalle sporgenze dei tetti. Di fronte al centro del portico si apre un piacevolissimo cavedio, poi un triclinio abbastanza bello che avanza sulla spiaggia, e, quando il mare è spinto dall’Africo (lo scirocco) è lievemente lambito da flutti ormai remoti e morenti. …la riviera è popolata, con bellissima varietà or continua or interrotta, di ville, le quali, o che si vada per mare o che si cammini lungo il lido, presentano l’aspetto che hanno molte città (Plinio il Giovane, lettere, libro 2,17)

Numerosi ritrovamenti, nell’area di IV° bacino, di frammenti ceramici a pareti sottili non verniciate, decorate con applicazione di gocce in rilievo riconducibili a coppe, coppette e bicchieri indicano inoltre la probabile presenza di una fonte di acqua termale.
La notevole quantità di ceramiche di pregio rispetto alle forme comuni, associata alla situazione paleo-ambientale (una lente di sabbia isolata in un terreno agricolo di medio impasto) e la vicinanza al pozzo di estrazione delle acque delle Terme di Bibione, permettono infatti di formulare l’ipotesi dello sfruttamento di tali acque già in età romana, con il consueto rituale del getto della coppa nella fonte.

La frequentazione si protrae, con ogni probabilità in modo saltuario, fino al V-VI sec. d.C., seguita da un lungo periodo scarsamente documentato fino al XII sec.d.C. cui risale il punto di dogana veneziano di Baseleghe.

Nacque come posto daziale veneziano, dotato di guarnigione (un capitano e alcune guardie) e rimase in piena attività tra il XIII ed il XIV secolo; scaduta questa funzione con ogni probabilità si ridusse a semplice borgata di pescatori, fino a quando, per la combinazione bradisismo-innalzamento del livello del mare e conseguente ingresso delle acque nei terreni ed abitazioni, fu abbandonato

La cartografia nel cinquecento evidenzia infatti, in prossimità della foce del canale Lugugnana, un gruppo di costruzioni tra cui spicca una chiesetta, chiamata «S.Maria di Baseleghe» o talvolta «S.Maria della Lighignana», ovvero quello che restava del primitivo sito doganale.
Oltre alle strutture superstiti di due edifici, posti alla foce del Canale Lugugnana, sono stati rivenuti frammenti di ceramiche invetriate veneziane, vetri, ceramiche graffite, chiodi ed alcune monete, oltre ad un frammento in piombo di una bolla ducale.
A testimonianza del transito dei pellegrini reduci dalla terra santa, vi è anche il ritrovamento di alcuni frammenti di ceramica fuori contesto.

San Michele come toponimo si riscontra per la prima volta in un contratto di compravendita stipulato nel 1357 in cui si attesta che “con istrumento di detto anno Giovanni Susan di Peuscheldorf trasferisce a Mainardo, conte di Gorizia le ville di Latisana, San Mauro, Volta e San Michele...”.

Durante i quasi quattro secoli della dominazione della Serenissima (1420-1797) San Michele fece parte della “Terra della Tisana” e quindi della “Patria del Friuli”, mentre la curazia dipese dalla vicina Pieve di San Giorgio che aveva giurisdizione anche su alcune altre chiese minori di paesi limitrofi.
In detto periodo tutta la “Terra della Tisana” divenne proprietà dei nobili veneziani e delle loro casate: Morosini, Mocenigo, Emo, Vendramin, Venier, Grimani, Minio, Loredan, Zovan, Molin, Bragadin ed altri.
Nelle frazioni del territorio si costituirono “le comuni o ville”, ognuna governata da un podestà dipendente dal capitano che risiedeva a La tisana e nei borghi si tenevano le “vicìnie” o “vicinanze”, convocazioni di carattere popolare rurale per trattare i peculiari interessi della collettività.

Con la pace di Campoformido (17 ottobre 1797) il territorio della Repubblica di Venezia venne consegnato all’Austria come semplice merce di scambio ma nel dicembre del 1805, dopo la battaglia di Austerlitz, Napoleone riconquistò Venezia e il Veneto e li unì al Regno Italico.
I francesi vi rimasero per nove anni attuando importanti modifiche di carattere amministrativo.
Nel 1807 ampliarono il Dipartimento dell’Adriatico, con capoluogo Venezia, aggregando i comuni di Aquileia, Scodovacca, Biancada, Gorgo, Pertegada, Concordia, San Michele e Ligugnana (già inclusi nel dipartimento di Passariano, dipendente dalla prefettura di Udine), nonchè: Noventa di Piave, San Donà, Fossalta, Meolo, Torre di Musestre, Mestre, Carpenedo, Mojan, Chirignago e Spineda (già inglobati nel dipartimento del Tagliamento, con capoluogo Treviso).
Come conseguenza il territorio dell’antica giurisdizione di Latisana fu suddiviso in due municipalità, separate dal Tagliamento con capoluoghi Latisana e San Michele accorpate in differenti dipartimenti.
Per questo gli agglomerati di San Michele e San Giorgio, sino ad allora detti “ di Latisana”, assunsero l’appellativo, tuttora conservato, “al Tagliamento”.

Nel 1814 l’Austria riconquistò il Veneto e la Lombardia e costituì il Regno Lombardo-Veneto lasciando però intatto l’ordinamento napoleonico delle ‘municipalità’ ed iniziando un’opera importantissima per la zona: la realizzazione della prima arginatura a difesa delle periodiche esondazioni del fiume Tagliamento.
Venne anche sistemata ed ampliata la strada che congiungeva Portogruaro a Latisana, già abbozzata dai francesi, prolungandola verso est, fino a raggiungere Trieste.


Nel giugno del 1866 scoppiò il conflitto tra Italia e Austria, la III guerra d’indipendenza durante il quale le truppe italiane entrarono in Friuli (il comandante, gen. E. Cialdini, attestò parte di esse sul Tagliamento: da San Michele al mare venne spiegato il 1° Corpo d’Armata; tra Malafesta e Carbona il 40° Corpo d’Armata).
L’11 agosto, all’avvicinarsi degli austriaci, Cialdini fece saltare il ponte sullo Stella a Palazzolo ed affondare quello di barche che collegava San Michele a Latisana.
Il mattino del giorno successivo giunse la notizia che nel frattempo era stato concluso l’armistizio tra Austria e Prussia (cui eravamo alleati).
Il 3 ottobre venne firmato il trattato di pace tra Italia e Austria ed il 21 ottobre il plebiscito sancì l’unione del Veneto e parte del Friuli all’Italia e tutto il Portogruarese entrò definitivamente a far parte della costituenda provincia di Venezia.


San Michele subì durante entrambi i conflitti mondiali gravi perdite umane ed ingenti danni morali e materiali.


Dopo la disfatta di Caporetto venne invasa dai contingenti dell’esercito austro-ungarico le cui truppe, nell’anno di permanenza, saccheggiarono quanto trovarono a portata di mano.
La popolazione che vi ritornò trovarono case semidistrutte e bruciate comprese la chiesa e la canonica, strade rovinate; persino le campane, ritenute preda bellica, erano state sottratte!

Ancora peggiore fu la seconda guerra mondiale: dal 14 maggio 1944 al 1° maggio dell’anno successivo San Michele al Tagliamento subì una sessantina di incursioni aeree alleate, che causarono una trentina di vittime fra la popolazione civile.
Il centro storico fu letteralmente raso al suolo: municipio, asilo, scuole elementari, casa di riposo, ufficio postale, banca, chiesa e canonica.
Dei 370 edifici esistenti prima della guerra, soltanto un’ottantina, disseminati nella periferia, rimasero agibili anche se profondamente danneggiati.
Per tre anni (dal 15 maggio 1944) la popolazione di San Michele al Tagliamento trovò rifugio nei paesi vicini o dimorando in abitazioni di fortuna: fienili, stalle e baracche.
Per questi motivi sin dall’immediato dopoguerra il martoriato capoluogo si guadagnò l’appellativo di “Cassino del Nord”.


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